Horse Addicted #2

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marcobotti2Per la seconda puntata di Horse Addicted facciamo un viaggio ideale nella patria del nostro sport, l’Inghilterra, per incontrare un italiano che lì ha trovato il successo, Marco Botti.
Il capitolo inglese di Marco inizia nel 2002, quando lascia coraggiosamente Villa Bellotta, lo storico quartier generale della scuderia di famiglia a San Siro, per approdare a Newmarket. Dopo una vera e propria gavetta, nel 2006 avvia la sua attività di allenatore in proprio. Lo abbiamo raggiunto a Prestige Place, la nuovissima e bellissima struttura inaugurata nel 2013, dove Marco e sua moglie Lucia hanno stabilito la loro base operativa. Ancora una volta ringraziamo Laura dell’Elce, la nostra “giornalista a cavallo”, per la bella intervista realizzata che speriamo possa piacere a tutti voi lettori.

Oggi sono in molti a lasciare l’Italia per cercare opportunità migliori all’estero. Tu invece sei partito quando questa tendenza non era ancora diffusa: avevi già intuito un possibile declino del nostro galoppo, oppure ti sei mosso semplicemente spinto da un desiderio di crescita personale e professionale?
Era il 2002 e dopo avere consultato mio padre e alcuni nostri proprietari sono arrivato allamarcobotti1 decisione che era giusto fare un’esperienza all’estero. La situazione dell’ippica 12 anni fa non era ancora così drasticamente negativa come oggi. Tuttavia, si stava già delineando nella mia testa l’idea che in Italia le opportunità per costruirsi un futuro nell’allenamento sarebbero state sempre meno attraenti. Anche per me che, pure appartenente a una famiglia di consolidate tradizioni, dovevo spartire il mio spazio con mio fratello, due cugini e mio padre che aveva (e ha) ancora tanta voglia di andare avanti ad allenare. Il mio raggio d’azione, dunque, non avrebbe avuto molto margine per esprimersi qui. Così sono partito. Dall’intenzione iniziale di fermarmi in Inghilterra due o tre anni, il passo di tentare la difficile impresa di restare è stato breve. Oggi non ho rimpianti legati alla mia scelta.
Quali sono state le principali difficoltà che hai incontrato nel tuo insediamento in UK?
Quando sono arrivato in Inghilterra il mio inglese era sufficiente per un livello scolastico, ma non abbastanza per poter comunicare o avere una conversazione con il personale di scuderia o con i proprietari. Così Luca Cumani, l’allenatore da cui sono approdato, non poteva offrirmi un ruolo con troppa responsabilità. Direi che l’impatto con la vita quotidiana, dall’Italia a qui, è stato un po’ uno shock.
MarcoBottiSL_2917353In che cosa il modello inglese di gestione di una scuderia è diverso dal nostro?
Nell’organizzazione
, prima di tutto. Qui il lavoro è strutturato nei minimi dettagli e nulla viene lasciato al caso. Il rispetto delle regole è un atteggiamento condiviso da tutti e alla loro osservanza viene dato un valore che in Italia si è un po’ perso. Inoltre c’è molta attenzione al rapporto tra allenatore e dipendenti, e la stima e la considerazione reciproca sono fondamentali per realizzare un lavoro di qualità.
A chi ti sei ispirato per organizzare la tua impresa?
Nel costruire il mio metodo, ho cercato di integrare le esperienze positive raccolte dai vari allenatori con cui ho collaborato. Delle diverse tecniche di allenamento osservate ho conservato gli aspetti che più sentivo nelle mie corde. L’imprinting più marcato è quello di Luca Cumani, dove ho avuto la possibilità di lavorare per due anni. Ma anche gli altri hanno lasciato il segno. Grazie a Ed Dunlop, che mi ha dato la chance di andare spesso alle corse, ho potuto conoscere meglio le variemarcobotti3 piste. Dei sei mesi passati alla Godolphin, che naturalmente ha un sistema completamente lontano dalla realtà di qualsiasi allenatore, ho portato a casa la possibilità di lavorare in Dubai – su tracciati diversi dai nostri – oltre che il ricordo di una bella esperienza.
Ci parli del tuo team?
Ho cercato di creare un team di persone volenterose e ambiziose, oltre che in grado di assumersi le necessarie responsabilità in mia assenza. Per quanto riguarda i proprietari, mi ritengo fortunato ad avere ricevuto la loro fiducia e i loro cavalli. Grazie a loro posso allenare purosangue di qualità e partecipare ai migliori meeting internazionali.
I nostri connazionali all’estero (fantini, allenatori, proprietari) lasciano sempre il segno. Ma le istituzioni non ci aiutano a scuoterci dal provincialismo. Date queste premesse, come possiamo tornare a integrarci nell’ippica globale?
Nessuno può mettere in discussione la capacità e il mestiere dei fantini e degli allenatori italiani, così come la qualità degli allevamenti. I nostri proprietari hanno successo all’estero e sanno sempre dimostrare vera passione per il cavallo da corsa. A mio giudizio manca unità tra allenatori e proprietari e la volontà di impegnarsi insieme per migliorare la situazione ippica per il futuro. Forse in Italia manca la mentalità di fare programmi a lungo termine e si tende a vivere alla giornata, senza pensare a quello che succederà domani. Penso che ci vorranno anni prima di risanare il settore. E a quel punto, dove saranno i giovani allenatori e proprietari se tutti vogliono andare all’estero? Bisogna ricominciare dalle basi, e con tanta volontà e umiltà se si vogliono ottenere risultati.
Inventa uno slogan per l’ippica…
L’ippica è imprevedibile. Niente può sorprenderti di più.

2 pensieri riguardo “Horse Addicted #2

    Newmarket: July meeting al via « DerbyWinner ha detto:
    9 luglio 2014 alle 16:27

    […] rientro dalla proficua campagna dubaiana, appoggiato dal gregario Excellent Result, e per il nostro Marco Botti, che ha lasciato sia Seismos sia Dandino. L’ex tedesco sarà sicuramente al via dopo il positivo […]

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    July Cup con ospite d’onore « DerbyWinner ha detto:
    12 luglio 2014 alle 17:19

    […] portato alla vittoria. I complimenti di DerbyWinner all’allenatore, già nostro gradito ospite (QUI), al proprietario Giuliano Manfredini e anche all’allevatore il Signor Stimola. Una connection […]

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