Lammtarra, un idolo biondo!

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lammtarra derby 95Alzi la mano chi non ha un idolo sportivo. Un atleta che, per motivi strettamente personali, ci provoca emozioni o ricordi nel solo nominarlo o ricordarlo.

Per chi vi scrive l’incontro visivo fu nel giugno 1995, da poco masticavo galoppo oltre confine e quello fu il primo Derby vissuto in apnea.

Il 10 giugno a Epsom il favorito era Pennekamp, colori dello Sceicco Mohammed Al Maktoum (il progetto Godolphin sarebbe esploso solo l’anno seguente), allenato in Francia dal muto di Chantilly André Fabre e vincitore delle Ghinee a Newmarket.

Che dire, novizio e ancora con la bocca da latte davanti a certi palcoscenici le mie simpatie non potevano che essere indirizzare verso Lanfranco Dettori. In sella a Tamure era vincitore cinquanta metri prima del palo fino alla comparsa di chi, invisibile di nome e di fatto, mette la sua testa bionda davanti a tutti. Una tonda lunghezza nella sorpresa generale.

Ma chi è? Montato da Walter Swinburn, rientrante direttamente dalla vittoria al debutto a Newbury dell’agosto precedente  per i  colori bianco verdi di un giovane della famiglia Maktoum, Saeed, ripaga 14 volte chi ha creduto in lui.

Il suo nome? Lammtarra.

Passato in allenamento al quasi sconosciuto Bin Suroor dopo la morte del suo giovane allenatore Alex Scott per mano di un artiere nel settembre ’94, siglò successivamente le King George ad Ascot e l’ Arc De Triomphe a Parigi alla stessa maniera: a tempo di rock con in regia Dettori. Roba che solo Mill Reef cinque lustri prima era riuscito in tale impresa.

Eppure Lammtarra non ha mai avuto i riconoscimenti che meritavano i suoi successi e il suo status di invitto in carriera. Come se mancasse sempre una virgola per fare il totale. Come chi, sfuggendo la ribalta in nome diprix-de-larc-dettori-lammtarra_3169422 una umile notorietà ottiene meno di chi, mancando di talento sopperisce con l’ immagine.

Fosse nato dieci anni dopo o prima del 1992 sarebbe ricordato (ci ha lasciato nel 2014 senza lasciare grandi tracce in razza) come un highlander e non il secchione senza appeal che viene dipinto.

Ma per me non cambia nulla, rispecchia chi lavora duro, mastica amaro e tira fuori le palle quando serve. Parla poco e muove le braccia.

Ogni volta che rivedo quella retta dell’ottobre parigino mi sale un brivido.

Rimango convinto sia passato in vantaggio troppo presto in retta venendo palesemente smentito in loop. Chiunque sarebbe stato battuto, ma non il sauro figlio di Nijinsky. Non appena Freedom Cry gli è piombato addosso è ripartito. Come solo i duri sanno fare. Oggi fa figo parlare di X factor e via dicendo. Il biondo ne aveva di certo.

In una pandemia di corse milionarie, nate come funghi ad ogni latitudine in nome del business negli ultimi anni, lui ha battuto tutti i migliori giovani e anziani nelle prove che sorreggono il movimento ippico.

Non è bastato a farlo diventare un nome da ricordare e la brevità della carriera non è certo una tesi a supporto, anzi. Come chi è sempre tenuto a dimostrare qualcosa di più, come non fosse mai abbastanza. I grandi, in ogni campo o disciplina, difficilmente vengono riconosciuti tali nella contemporaneità degli eventi. Il loro valore è sempre figlio di un tempo che non gli appartiene, che li rivaluta quando altri proveranno, senza successo ad emularne le gesta.

Luca Zavatteri

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