Derby Story #8: Gold Cup, 1936

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omaha“Benvenuti a bordo. Oltre ad augurarvi buon viaggio vi ricordiamo che oggi, Giovedì 18 giugno è il Ladies Day a Royal Ascot”. Ma dico io, “chi vuoi che non lo sappia”.

“Io” mi risponde la signora che divide lo scompartimento con me alzando gli occhi dalla rivista patinata in cui era immersa con un espressione di sufficienza.

Sono appena sceso dal treno sul quale, oltre ad incontrare figure con passioni diverse dalla mia, ho studiato il programma delle corse sul giornale.
Il viaggio è stato breve , ma era impensabile non fosse affollato. Unica cosa, ho dimenticato l’ombrello. Ieri ha piovuto e il clima è tipicamente inglese anche alle porte dell’estate. La mia tuba nel caso mi aiuterà.

E’ ancora presto, ma varco l’ingresso dell’ippodromo di Ascot con relativa attesa ai cancelli. Qualcuno si aspetta oggi più di centomila persone ed anch’io non potevo mancare. Non ho pranzato e dato che il programma non è ancora iniziato mi dirigo verso un bar attraversando bookmakers strillanti ed eccentricità modaiola.

Diciamoci la verità, io sono un tipo che ama la semplicità e tiene a distanza gli esteti di un giorno, ma oggi è unaomaha (1) giornata speciale. Intorno a me, seduti al tavolo o campestri sul prato, ceti sociali tra i più disparati intonano una babele di discorsi che non può non attrarre la mia curiosità. Tra di loro si parla di sport, di moda, di politica interna interrogandosi sul nuovo sovrano Edoardo VIII da pochi mesi al trono fino alla situazione polverosa europea e di ricostruzione oltreoceano con la probabile rielezione di Roosevelt.

Il mio occhio cade sul titolo di un quotidiano abbandonato su una panchina di qualche giorno fa ingiallito e ringrinzito dall’umidità che esalta le gesta dell’ ultimo vincitore ad Epsom: “27 maggio 1936. Mahmoud è il terzo grigio vincitore del Derby”.

Il pomeriggio scorre via tra una corsa e l’altra e io non ho preso un vincente. Questi handicap sono micidiali da pronosticare, figuriamoci oggi con il terreno pesante. Un tappeto di cappelli e tube rende la misura dell’evento.

Tra la folla, mentre sto andando verso il tondino per un posto in prima fila, una graziosissima ragazza incrocia il mio sguardo. E’ un fiore di giovinezza in una cascata di capelli biondi. E’ vestita in modo sobrio come piace a me, ma elegante al tempo stesso avvolta in una gonna color pesca. Il sorriso le irradia il viso pallido di carnagione.
Tentenno un po’ assicurandomi che sia rivolta a me, ma è un attimo di troppo. Un tizio mi urta inavvertitamente e mi fa cadere gli occhiali. Si scusa, ma chissenefrega. Lei è sparita. Non la rivedrò più.

L’altoparlante chiama i cavalli della Gold Cup al tondino. Mannaggia a me. Corro ingessato nel mio morning dress e faccio breccia tra il muro di gente. Riesco a intravedere qualcosa , ma è quanto basta. Tra i nove al via il più regale è sicuramente lui: Omaha, maestoso nel suo mantello sauro, listato di bianco in fronte. Non sono riuscito ad andare a Kempton tre settimane fa per vederlo nel Queen’s Plate, ma oggi ci sono.

Prendo posto in tribuna per godermi la sfilata. Oggi il binocolo non l’ho dimenticato. E’ la prima cosa che ho preparato ieri sera. Accanto a me un tipo che dall’aspetto mastica poco di cavalli, ma anche molto meno di moda mi chiede: “E’ importante questa corsa?”.

quashedBrevemente gli spiego: “Importante? E’ la più importante dell’anno per attesa e per prestigio. Il favorito Omaha l’anno scorso ha vinto la triplice corona Americana e nelle due uscite inglesi di quest’anno ha fatto vedere solo la coda agli avversari. Vincere qui non è affatto facile per uno yankee, l’ultimo a riuscirci è stato Foxhall nel 1882. Dovrà batterne otto tra i quali la più temibile è sicuramente la baia Quashed. È una femmina sì, ma l’anno scorso ha vinto le Oaks a Epsom e quest’anno le Ormonde  a Chester”.

Mi guardava come se parlassi un’altra lingua continuando a fumare il suo sigaro puzzolente. Mah, che gente, pensai tra me e me.

Finita la sfilata i cavalli vanno verso la partenza e Pat Beasley ha il suo bel da fare per non farsi disarcionare da Omaha che nel frattempo chiude in lavagna a 11 contro 8. Che emozione, è quasi tutto pronto. Binocoli puntati. Scendono i canapi. Partiti.

Dopo le prime centinaia di metri dei 4000 da percorrere Quashed è leader ben presto scalzata da Omaha che impone il ritmo fino a poco prima della piegata finale dove la femmina montata da Richard Perryman sguscia lungo la corda e accelera scrollandosi di dosso il gruppo. Ai 400 finali Quashed arroccata in corda deve respingere il ritorno del sauro che preso sul tempo riorganizza l’attacco a centro pista. I due in un amen fanno il vuoto e si staccano in lotta all’ultimo furlong testa a testa.

Quashed, Omaha, Quashed, Omaha.

Sul palo il minimo dei distacchi è ancora per la femmina.

Speaker e tribuna impazziscono per lo spettacolo ed io tra la folla urlante senza rendermene conto mi ritrovo trasportato vicino allo steccato. Che corsa ragazzi.

Ho giocato Omaha, ma ho vinto lo stesso.

Mentre con cura ripongo come un cimelio il mio biglietto perdente come ricordo, il tizio del sigaro mi rovescia addosso ridacchiando la sua incompetenza ed inciampando goffamente anche la sua mezza pinta. Comincia a piovere ed il mio treno passa tra poco. Ubriaco di gioia imbocco l’uscita.

That’s racing folks.

P.S. Il duello a cardiopalma tra Quashed e Omaha nella Gold Cup del 1936 è stato dichiarato da più voci come la miglior corsa di sempre.

Dedicata a mio nonno Elio che mi manca come l’aria da sedici anni. Il 18 giugno 1936 compiva 12 anni di una vita troppo breve spesa verso la sua famiglia e verso il prossimo dimostrandosi un miglioratore della società. Ciao Nonno.

Luca Zavatteri

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