Horse addicted #1

Postato il Aggiornato il

IMG_4896Walter Gambarota ha un entusiasmo travolgente quando parla del suo mondo. Non si direbbe che abbia 22 anni di “battaglie” sulle spalle. La sua passione per il cavallo – non solo da corsa – è contagiosa e la sua abilità nel trasmetterla saprebbe conquistare chiunque. Abbiamo scelto di incontrarlo per una chiacchierata sulla situazione, tristemente nota, in cui versa l’ippica perché ci sembra importante raccogliere il punto di vista di chi la crisi l’ha vissuta dall’interno e che, seppur sportivamente maturo, è  ancora anagraficamente giovane e brillante per dare qualche dritta per uscire da questa paralisi.
Walter, come è cambiato il lavoro del fantino negli ultimi venti anni?
Una delle principali trasformazioni è stata l’ingresso della figura del manager. Questo intermediario tra noi e gli allenatori, o i proprietari, ha privato le parti di un contatto diretto, comportando un affievolimento del senso di responsabilità nel proprio operato e un distacco dei rapporti. Credo che anche questo abbia contribuito a indebolire la coesione delle categorie.
Un altro elemento di profondo cambiamento del nostro lavoro è legato alla diminuzione dei campi e alla conseguente difficoltà di sovrapporre le rispettive giornate. In passato, a fronte di un meeting importante a Milano, veniva programmata una giornata di contorno in una piazza minore, dove a montare trovavano spazio anche i fantini meno ricercati. Oggi, invece, la concomitanza dell’attività degli ippodromi è rara e a essere ingaggiati sono solo i top-jockey. Questo crea problemi soprattutto per gli allievi, che hanno meno chance di mettersi in luce.
A causa della crisi, molti tuoi colleghi sono partiti. Chi, come te, ha deciso di rimanere in Italia, deve affrontare sfide nuove. Ce ne parli e ci spieghi come state reagendo?
Premetto che approvo la scelta di chi è emigrato, tanto più che i nostri colleghi all’estero hanno sempre lasciato il segno. In passato avrei avuto l’opportunità di partire, ma il contesto IMG_4899in cui lavoravo era favorevole e non avrei avuto motivo di lasciarlo. Ora invece la mia vita privata è radicata in Italia e andarmene non sarebbe la scelta più adeguata. Dell’estero invidio la possibilità di lavorare come era qui una volta, con serenità e l’opportunità di pianificare la vita agonistica di un cavallo a lungo termine. Ogni purosangue è una macchina delicatissima che va calibrata con cura e attenzione: operare in modo “industriale” non porta risultati duraturi. Ho la fortuna di lavorare per la Briantea, una scuderia di nicchia dove l’impostazione del lavoro è rimasta tradizionale e dove l’amore e la passione per il cavallo sono il comune denominatore di tutti i ragazzi del team. Questa è la nostra reazione alle sfide del settore.
Da dove deve ripartire il settore per recuperare competitività?
Dobbiamo ripartire dalla pubblicità, intesa nel senso più vasto del termine, che include anche il concetto di “rendere pubblico”, quindi trasparente. Non solo abbiamo bisogno di darci visibilità comunicando che San Siro non è solo calcio o concerti ma anche ippica, ma dobbiamo anche aprire il nostro mondo per renderlo comprensibile e decifrabile a chi non ci conosce. Sarebbe utile mostrare la nostra vera realtà, fatta di persone che amano i purosangue e li preparano per lungo tempo prima di affrontare le corse, con metodo e professionalità. Il cavallo è nato per correre e con il nostro lavoro lo valorizziamo! Dirò di più: una maggiore esposizione ai media aumenterebbe anche il senso di responsabilità di ogni singolo operatore, dal fantino all’allenatore, che dunque svolgerebbe con ancora maggiore scrupolo il suo lavoro.
Alle condizioni attuali, se l’ippica fosse un cavallo e corresse contro gli altri sport per conquistare l’interesse del pubblico, sarebbe l’outsider del campo. Con quale tattica si potrebbe ribaltare il risultato di questa previsione negativa?
Alle condizioni attuali non ci sarebbe proprio corsa perchè l’handicap sarebbe insormontabile. Abbiamo due gravi problemi: la mancanza di visibilità sui media e un prelievo fiscale pesantissimo sulle nostre scommesse, circa il 40 per cento rispetto al 12 per cento applicato agli altri giochi, inoltre la nostre scommesse sono datate. Se riuscissimo ad allinearci agli altri sport lavorando su questi aspetti potremmo affrontare una sfida leale.
A questo punto avremmo tutte le carte in regola per tornare a essere interessanti per il pubblico. E non dimentichiamoci che l’evento che offriamo non ha bisogno di troppi fronzoli per colpire l’attenzione: lo spettacolo delle corse inizia, non quando si aprono le gabbie, ma quando i cavalli sfilano al tondino.
Parliamo di programmazione, un nodo importante da sciogliere…
Basterebbe che il programmatore copiasse un libretto di almeno 16 anni fa, o almenoIMG_4903 lo utilizzasse come guida. Sarebbe sufficiente questo approccio per creare un programma equilibrato. Servirebbe anche a stimolare il mercato perché, in considerazione delle tipologie di corse, un proprietario saprebbe come orientare l’assortimento dei suoi effettivi e si sentirebbe più sicuro nei suoi acquisti.
Parliamo della tua incursione nel trotto come proprietario. Come è stata questa esperienza nell’altra metà dell’ippica?
Con alcuni amici ho partecipato alla proprietà di alcuni cavalli. Io amo questo animale a tutto tondo. Oltre al galoppo, mi piace montare all’inglese, all’americana, al trotto. Sono appassionato di concorsi, tanto che ho montato in ostacoli (nel 2001 ha vinto la Gran Corsa Siepi di Milano con Vamabushi) e sono incuriosito dal barrel. Trovo che ogni disciplina possa trarre vantaggio dalla contaminazione con le altre perchè ognuna ha qualcosa da insegnare e qualcosa da imparare dalle altre. Se hai un atteggiamento umile e di ascolto, puoi scoprire e adattare alle tue necessità i segreti di un’altra scuola. Per esempio, il trotto è molto più evoluto del galoppo nelle tecniche di ferratura.
Accorpamento degli impianti: cosa ne pensi?
Credo che, pur essendoci delle controindicazioni, se questa è la tendenza bisogna imparare a fare di necessità virtù. Io sono cresciuto a Torino, abituato alla convivenza tra trottatori e galoppini. Naturalmente, le difficoltà di vicinato erano maggiori per i nostri cavalli, più nevrili e sensibili. D’altro canto, il fatto che il trottatore abbia un carattere più freddo, portava i suoi uomini ad essere meno attenti a gestire situazioni potenzialmente stressanti per i nostri. La diversa attitudine delle due razze era spesso fonte di incomprensione tra le due fazioni dell’ippodromo.
Capisco, del resto, che le attuali esigenze di riduzione dei costi delle società di corse possa far propendere per più frequenti casi di convivenza nello stesso spazio.
Parliamo ora di te: quali sono i tuoi progetti?
In questa fase di maturità della mia carriera mi godo la serenità del lavoro che sto portando avanti con la mia scuderia. Sto lavorando secondo i canoni della vecchia scuola grazie alla garanzia dell’appoggio di uno dei pochi, veri, proprietari rimasti, il Signor Bedini e a un team affiatato e appassionato.
Inventa uno slogan per l’ippica…
Prova tu a vincere la corsa della vita, come ogni cavallo cerca di vincere la sua!

Questa prima intervista della rubrica Horse Addicted è merito dell’ottimo lavoro della appassionata amazzone Laura dell’Elce, un’ippica a 360°, dalle scuderie al tondino, dove nelle giornate di gran premio, a San Siro, la potete ammirare nelle sfilate pre-corsa e nelle interviste a cavallo ai fantini vincitori. Una passione che DerbyWinner è felice di poter condividere con tutti voi lettori!

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